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Lunedì 25 Novembre 2013

Il Generale di Divisione Raimondo D’inzeo - del Col. Paolo Angioni

Negli anni Cinquanta e Sessanta, mentre ero cavaliere civile poi militare, Raimondo d’Inzeo, oltre che all’estero, montava nei concorsi in Italia e ne faceva parecchi. Allora c’erano soltanto «concorsi nazionali». Cito due dati: nel 1962 Raimondo ha preso parte a 13 concorsi e ha montato 8 cavalli; nel 1963 ha partecipato a 12 concorsi e ha montato 12 cavalli. Avevo quindi modo, come tutti coloro che erano interessati a guardare per imparare, di osservarlo sia in campo prova sia sul terreno di gara. Il fatto che sorprendeva di più era la facilità con cui adattava la sua monta al cavallo sul quale si trovava. Non pretendeva, differentemente da altri cavalieri, soprattutto di scuola germanica o di scuola ragionieristica nazionale, che il cavallo andasse in un quel dato modo, ma era il cavallo che andava nel modo che gli era più naturale e Raimondo faceva tutto o nulla per non modificare quel modo. Voleva dire mettere il cavallo a suo agio. Non di rado basta questo per rendere facile un cavallo difficile. Raimondo era come un solista di uno strumento musicale, pianoforte o violino, per citare i più diffusi, che, anziché seguire alla lettera lo spartito, compiva quelli che si chiamano abbellimenti, cioè improvvisazioni. Abbandonava la tecnica, l'annotazione scritta sul pentagramma, e improvvisava seguendo il suo istinto, ma senza perdere di vista o di ascolto il dettato musicale, rappresentato dalle note scritte, cioè dall’istinto e dallo stato morale del cavallo. Seguendo un percorso di Raimondo con attenzione si poteva notare come certi interventi sembrassero perfino contrari alle leggi che regolano la locomozione, di cui il salto fa parte. Eppure esaltavano la capacità di saltare e di non fare errore del cavallo. Per esempio: la postura del collo, se è normale, è regolata dalla tensione delle redini. Talvolta pareva che i suoi interventi in prossimità dell’ostacolo fossero sbagliati. Invece l'intervento otteneva il risultato di far saltare di più il cavallo o di fargli rasare, nel vero senso della parola, una barriera che rimaneva al suo posto. Vuol dire che il cavaliere agiva non secondo una tecnica prestabilita, ma soltanto secondo il suo puro istinto. Sentiva il cavallo. E di sentimento ne aveva molto. Non contava le distanze, se non quelle delle gabbie e delle doppie gabbie, e non stabiliva il numero di falcate (i «galoppi», una bestemmia) che doveva fare un cavallo in una dirittura tra due ostacoli a una certa distanza. Sapeva intervenire, da maestro, per agire sulla velocità e sulla lunghezza delle falcate in casi di necessità. Ma non era un sistema di monta. Montava con il peso sulle staffe non sulla paletta della sella. Ai suoi allievi raccomandava di non disturbare «le reni», il tratto dorso lombare del cavallo, con il peso e i colpi delle natiche, cioè con il peso del busto. Specialmente con Posillipo, e ancor di più con Gowran Girl, cavalla difficilissima, con la quale è arrivato alla finale del campionato del mondo a Venezia nel 1960 che ha vinto, le sue azioni agivano sul morale del cavallo, come se lungo le redini passasse non una forza o una tensione, più o meno pronunciata, ma una corrente, un segnale sensoriale o nervoso. Solo i grandissimi cavalieri hanno questa straordinaria virtù, che non è insegnabile.

Articolo del Col. Paolo Angiorni per www.noicavalieri.it

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